Laurea a fondo perduto? (parte prima)
Cultura, Società
Con l’articolo di oggi vorrei concludere degnamente il discorso sull’università iniziato, tempo fa, da Patrizio Messina con i suoi ottimi articoli.
…Per chi si fosse perso le “puntate” precedenti:
Credo di poter parlare con una certa cognizione di causa, in quanto mi sono laureato circa otto anni fa. Quindi in un’epoca non troppo lontana da ora…
Questo, sia chiaro sin da subito, NON lo dico per vantarmi, ma solo per sottolineare il fatto che certe cose le ho viste e vissute dall’interno e quindi non parlo per sentito dire e/o per i soliti luoghi comuni.
Non solo sono totalmente d’accordo con quanto detto da Patrizio Messina, ma aggiungo che:
- L’università in Italia, tranne rare eccezioni, è un organismo puramente autoreferenziale e totalmente scollegato dal mondo concreto del lavoro e delle imprese;
- Poiché amo molto lo studio e la ricerca, prima di laurearmi avevo preso in seria considerazione una possibile carriera nel mondo universitario, ma poi ho lasciato subito perdere perché, purtroppo, le paghe sono da FAME e non si va avanti per meriti propri…
Nulla di nuovo sotto il sole ci mancherebbe; comunque sia sono cose che ho potuto constatare di persona e che (purtroppo) confermo.
Mi ricordo che, per un paio d’anni dopo la laurea, ogni tot mesi mi arrivavano a casa – da parte dell’università dove avevo studiato – delle brochure che reclamizzavano dei corsi e/o master post laurea organizzati dalla mia ex facoltà.
…Robe tipo: master per management nella sanità pubblica, master per CEO e simili. Insomma: tutta roba destinata a gente che, in teoria, dovrebbe stare dentro “le stanze dei bottoni” di questo paese.
Siccome io NON credo di essere stato fra i pochi “miserabili” che non hanno colto al volo l’opportunità
di diventare direttore di una ASL o amministratore delegato di una telco, mi sorge spontanea la domanda: ma è possibile che la gente non si sia resa conto che l’università, proponendo questi corsi, la stava prendendo per culo???
Mi spiego meglio: è ovvio che se l’università che ho frequentato promuove determinati corsi e/o master post laurea NON lo fa perché, in effetti, la stragrande maggioranza di quelli che li frequentano riuscirà poi ad avere una collocazione in posti di lavoro così ambiti.
E’ naturale, quindi, che la motivazione di chi promuove queste (costosissime) “specializzazioni” è solo di natura economica. Voglio dire: su 1.000 che li frequentano quanti diventeranno, ad esempio, manager nella sanità pubblica??!
…E se per ben DUE ANNI hanno continuato a rompere le scatole con brochure di corsi del genere, non credo che lo abbiano fatto per “masochismo” (nei loro confronti) e sadismo (nei confronti miei e degli altri ex studenti), ma solo per un motivo: questi corsi/master – totalmente inutili ai fini PRATICI nel 99,99 % dei casi! – li hanno, in qualche modo, VENDUTI!
Vabbè, stendiamo un velo pietoso su questa storia e passiamo ad altro.
Spesso sento dire che non bisogna guardare all’università solo con gli “occhi del guadagno”, ma anche come un’esperienza che arricchisce umanamente e culturalmente.
A voler essere sincero, quest’ultima mi sembra una considerazione assolutamente generica e superficiale e, quindi, totalmente priva di senso. Come dire: “Devi prendere le medicine perché fanno bene!”
Se quanto detto può essere, in parte, vero per le facoltà umanistiche e scientifiche…beh mi sia permesso di dire che, per ciò che concerne le facoltà tecniche, non so tu ma io non trovo NULLA di “arricchente”, al livello umano e culturale, in un esame sicuramente utile ma puramente tecnico come “tecnologia dei calcestruzzi” (giusto per fare un esempio).
Inoltre, se ci hai fatto caso, prima ho scritto questa cosa: “Se quanto detto può essere, in parte, vero per le facoltà umanistiche e scientifiche…”
Ho sottolineato, non a caso, “in parte”. Come mai? Per il semplice motivo che lo studio che si fa all’università è sempre e comunque settoriale e, a volte, “di parte”.
…Quest’ultima considerazione è valida perché, spesso e volentieri (specie nelle facoltà umanistiche), il programma dell’esame lo fa letteralmente il professore tramite libri scritti direttamente da lui. A volte si capita bene grazie a professori realmente intelligenti, colti e preparati.
Altre volte invece, non di rado, si è costretti a leggere libri scritti in un italiano scadentissimo e pieni di concetti che sono niente altro che aria fritta condita con mirabolanti boiate, che vogliono essere spacciate per delle grandi “genialate” grazie all’ausilio di paroloni e concetti complicati e/o incomprensibili.
Personalmente, non è per vantarmi di qualcosa ma voglio dire che la cultura generale che ho mi deriva, se va bene, solo il 5 % dagli studi che ho fatto all’università. E il resto?
Il resto l’ho acquisito grazie a letture e approfondimenti di vario genere che ho fatto da solo. A questo proposito, ci sono degli straordinari libri divulgativi – che prima o poi non mancherò di recensire su questo blog – che mi hanno dato moltissimo spendendo quattro soldi…
Perciò: lo studio universitario – considerando anche il tempo e il denaro che richiede – NON è una valida soluzione per farsi una propria cultura personale!
E’ come voler accendere il fuoco del caminetto utilizzando una mazzetta di banconote da 500 euro: non credi che sia meglio farlo con un cerino??
Nella seconda parte di questo mio articolo, andrò ad approfondire altre questioni molto importanti legate al discorso della laurea e dello studio universitario…
Mark Cannelli





Questo articolo mi pare un ottimo completamento di quelli di Patrizio sul tema della formazione universitaria.
Le mie riflessioni riguardano i seguenti tre temi, in cui si articola il tuo intervento, Mark:
università scollegata dal mondo concreto del lavoro e delle imprese:
in molti casi, purtroppo, è vero.
Se universitas, dal latino, significa occuparsi di tutto, purtrtoppo di molte realtà che hanno a che fare con il mondo del lavoro, ci si preoccupa molto limitatamente, sopratutto nel senso che poi o ci si indirizza, da parte delle varie facoltà, a farti frequentare costosi corsi post -laurea ( sulla cui tulità nutro anch'io molti dubbi, ma su questo vedi oltre), oppure….
uno poi deve arrangiarsi in altro modo, cercando di fare pratica.
Non sempre è così, per fortuna.
Ad esempio in campo giuridico, si trova abbastanza bene proprio chi si iscrive a legge.
Quando poi devi fare la cosiddetta pratica, ti accorgi che, a parte qualche formula specifica linguistica, da utilizzare professionalmente, ma per la quale basta acquistare qualche formulario, poi la teoria coincice con la pratica, sopratutto nel senso che puoi partire da atti precostituiti nei loro elementi essenziali, e che tu devi completare, ad esempio con le tue argomentazioni, ma queste non sono diverse da quelle apprese all'università.
Ora le cose stanno cambiando, e si stanno adottando nuovi ordinamenti per i legali, ma con il vecchio ordinamento, almeno sino a non molto tempo fa, non a caso, uno la pratica per diventare avvocato non aveva necessità di farla, guarda caso, presso un altro avvocato, potendo iscriversi all'albo dei praticanti, e potendo rappresentare delle parti davanti a certi giudici, con il diritto ad essere retribuito, proprio perchè si è partiti dalla constatazione che quella facoltà è idonea, forse unica o tra le poche, a prepararti anche praticamente.
Forse non è merito della facoltà, ma della natura delle materie giuridiche, in cui in gran parte pratica e teoria coincidono.
Per il resto, a differenza di quanto avviene all'estero, c'è scarso collegamento con la realtà pratica del lavoro, sopratutto con il mondo imprenditoriale, mentre in diversi paesi, in primis negli USA, talora sono proprio le imprese a finanziare direttamente certi settori universitari, commissionando studi e richerce su argomenti di proprio interesse, ma da noi c'è sempre stata l'erronea opinione che questo avrebbe condizionato, in negativo, la ricerca universitaria…..
Poi si parla, nell'articolo, dei corsi e/o master post laurea organizzati dalla tua ex facoltà, Mark.
E qui "casca l'asino", per carità, senza che l'espressione si riferisca a nessuno, è solo un modo di dire, nel senso che tutta la verità viene a galla…..
Può anche darsi, per quel che ne so, che certi corsi servano, ma indubbiamente una consistente motivazione a tenerli è di natura , come dire, economica, ed indubbiamente fa parte delle forme di finanziamento delle facoltà.
"Aria fritta condita con mirabolanti boiate" è poi l'espressione usata con riferimento a certe opere di docenti universitari e, purtroppo, devo dire che spesso si verifica anche questo triste fenomeno.
Complessivamente, il quadro che esce da tali considerazioni, e da tante altre che si potrebbero fare, non è esaltante e, certo, non depone a favore della nostra università.
Il guaio, almeno a mio modesto avviso, è che certi comportamenti si stanno, ahimè, diffondendo anche in altri ambiti, presi a prestito, intanto, proprio dall'università.
Parlavo prima del mondo forense, osservando la validità di certi insegnamenti.
In ambito forense, per il momento, non sussistono ancora le specializzazioni formali, tipiche invece della professione medica, per cui la distinzione tra civilista, amministrativista, eccetera, dipende solo dall'esperienza pratica, che poi, invece, è quella che conta, ma no, ora non va più bene.
Si è deciso, con diversi disegni di legge, di riforma della professione, ed in attesa di questi si stanno muovendo in tale direzione anche le varie categorie professionali, che occorre una formalizzazione della specializzazione.
In che senso?
Ebbene, anche qui si prevedono esami, scuole, corsi, ma certo, accompagnati anche dalla prova di aver seguito un certo numero di udienze in quel certo settore.
Morale della favola: il bravo medico non lo fanno neppure cento anni di scuola, ma la pratica, e idem dicasi per altre professioni.
Personalemte, se proprio mi capitasse di trovarmi nella viissitudine, ad esempio, di farmi difendere da qualcuno, preferirei sicuramente uno che sa il fatto suo, perchè ha fatto tanta PRATICA nelle aule di giustizia, piuttosto che da uno che ha fatto mille corsi, e preso cento specializzazioni, poi condite con un po' di udienze qua e di là, udienze nelle quali, magari, non ha svolto nessun ruolo attivo, ma ha parecipato solo come assistente.
Mi sa proprio che, invece di migliorare, politici ed attuali iscritti ai vari ordini, cerchino di attuare una politica sempre più corporativa, nel senso deleterio del termine.
Ah, dimenticavo: chiaro che per chi ha una certa anziantià, ebbene, no, valgono regole diverse e le specializzazioni sono acquisite di diritto..insomma a buon intenditor…….
Si direbbe proprio che, quanto a certi vizi italiani….
universitas docet………
Cosa dirti Mark, ho come l'impressione che mi leggi nel pensiero avvolte. Io forse sono fin troppo "materialista" a detta di qualcuno, la verità e che mi considero semplicemente realista.
Tu non sai che discussioni (inutili) ho avuto con gente che dice che "la cultura" universitaria è importante, da notare che queste, sono le stesse persone che poi si lamentano di non avere un posto fisso o di non avere un posto..
Il mio punto di vista è ancora peggiore del tuo perchè io parto dalle superiori:
Credo che materie come la storia, la narrativa, la geografia, la letteratura vadano "studiate" solo nei licei e non negli istituti tecnici:
"studiate" tra virgolette, perchè in realta la cultura personale non dovrebbe a mio avviso MAI essere uno studio, ma solo una piacevole lettura fatta a casa o in libreria, e non essere costretti a studiare la storia di Napoleone per avere "IL VOTO".
Purtroppo è un discorso senza fine, ma io concludo sempre col dire:
Guardati adesso che sei fuori dai tuoi "importantissimi studi", oltre a quel pezzo di carta cosa hai ottenuto?
E a questo punto mi danno del materialista solo perchè gli sbatto in faccia la realtà.
Se vivo a Rio de Janeiro e faccio il Marketer, non lo devo certo al mio Istituto Tecnico per Geometri!!
Io penso che la tua sia un opinione troppo estremista anche per me che sono dichiaratamente di stampo capitalista.
Non sono daccordo che la storia e la narrativa non si debbano studiare, sono invece convinto che bisognerebbe cambiare il metodo dello studio di queste materie. Mi spiego meglio.
Perchè si studia la storia? Secondo me non frega niente a nessuno dell'antico egitto e i faraoni, dell'impero romano, della grecia eccetera. Quello che è utile invece è lo studio dell'evolversi degli eventi. Ad esempio, perchè è caduto l'impero romano? Non è importante che non esiste più, ma il motivo per cui non esiste più… L'impero romano in realtà non è mai caduto, si è solo impoverito sempre più quando la capitale fu spostata a costantinopoli e quindi tutti i ricchi e i nobili se ne sono andati e l'impero è rimasto nelle mani di nessuno. La lezione di storia è quella che se si sposta il potere economico le nazioni falliscono.
Quì invece si fa un sapere enciclopedico delle datazini, ma nessuno ha spirito critico quando studia. Ricordo che litigai di brutto con il mio prof. di italiano e storia perchè quando mi ha interrogato sulla seconda guerra mondiale dissi che il Giappone fece bene ad attacare gli USA. A lui non interessava la mia opinione, dovevo solo ripetere a cantilena ciò che c'era scritto nel libro e questo è profondamente sbagliato. Il fatto che la guerra è andata come è andata è un fatto, ma perché si fece la guerra? Perchè il Giappone ha attaccato a sorpresa? Ha fatto bene o no? Non è detto che chi perde una guerra non ha fatto bene a cominciarla!!!
Se si studiassero storia, letteratura e filosofia con senso critico personale (giusto o sbagliato che sia) darebbe uno sviluppo mentale incredibile alla gente, mentre qui ci fossiliziamo sulle date e l'opinione dei critici (che poi contano relativamente) e alla fine sembra uno studio inutile.
Cmq è vero, molti sembrano avere come traguardo il solo pezzo di carta e non lo considerano una semplice formalità per poi tagliare il vero traguardo della vita.
Come diceva qualcuno: non esistono pessimi studenti, ma solo pessimi insegnanti.
Alle superiori detestavo certe materie proprio perché avevo professori idioti che si fossilizzavano solo su cose come le date, i nomi e il nozionismo fine a se stesso…
Solamente in "età avanzata" ho compreso la vera ricchezza di determinati saperi.
Beh Patrizio se la metti sotto questo punto di vista allora sono pienamente d'accordo, perchè studiare l'evoluzione degli eventi ed apprende dagli errori degli altri, questo si che sarebbe una vera lezione di vita. Non per niente adoro leggere ( tempo permettendo ) la storia dei GRANDI come il mio preferito Alessandro Magno, perchè hanno qualcosa da insegnarti. Quello invece che davvero non accetto e che tu insegnante ( senza nessuna esperienza lavorativa al di fuori della scuola che è un mondo a se ) debba darmi un voto "in storia" in un istituto Tecnico, il voto per cosa? Quando andavo a fare i colloqui non mi chiedevano certo: Ma lei la conosce la storia dell'Impero Romano?
Immagina invece se si sostituissero queste materie con
Comunicazione
Mentalità Finanziaria
Studio delle Biografie delle Grandi Menti di questo mondo.
E poi magari inserire l'obbligo di leggere per conto proprio la storia quanto meno del nostro Paese e commentarla inserendo il proprio parere personale come se fosse una discussione tra amici.
Beh adesso sto un po delirando, ma il fatto è che la scuola dovrebbe essere vista come un piacevole posto per apprendere le prime lezioni di vita, invece insegnanti e lo Stato fanno in modo che sia solo un qualcosa che tu devi odiare, in modo tale che ti abitui già in anticipo ad odiare col tempo tutto ciò che fai, come il lavoro ad esempio.
Gli insegnanti dovrebbere insegnarti innanzitutto l'importanza di apprendere, invece ti fanno odiare lo studio perchè sono loro i primi incapaci che non amano il proprio lavoro.
Scusate la generalizzazione, ma ci metto la mano sul fuoco che questa affermazione vale per 8 insegnati su 10.
Patrizio ho cercato un po sul web se è possibile avere la tua e-mail per un contatto privato, ma è più facile contattare il nostro Presidente..
Contattami in privato volevo proporti una….
Scusa Mark, ma non so dove reperire i suoi contatti.