=> Quanto rende l'investimento in ISTRUZIONE? (parte prima)


I corsi online che ti semplificano la vita
 

Home Blog - Corsi Online Gratuiti - Corsi Online Avanzati - Testimonianze



Quanto rende l’investimento in ISTRUZIONE? (parte prima)

categoryBenessere Finanziariocategory

Quanto rende linvestimento in ISTRUZIONE? (parte prima)

Oggi ti parlerò di un argomento molto particolare: quanto rende l’investimento in istruzione?

Mentre facevo le mie ricerche su internet per il mio scorso articolo, mi sono imbattuto per puro caso in un sito dove riportavano un articolo di Bankitalia s.p.a. su quanto rende “investire” in un titolo di studio (l’articolo lo trovi cliccando qui).

Nello studio si evidenzia come investire in una laurea quinquennale renderebbe oltre il 9% annuo netto. Quindi l’investimento in istruzione è da preferire, in teoria, a qualsiasi forma di investimento: azioni, immobili, aprire delle attività, eccetera.

Ho pensato bene di fare dei calcoli per vedere se è vero che investire in istruzione sia da preferire, al livello puramente economico, rispetto a tutte le altre forme d’investimento…

Do per scontato che si parte dal fatto che tutti hanno almeno il diploma, quindi il mio calcolo sui rendimenti verte fra la differenza diplomati/laureati.

Nella statistica di Bankitalia si considerano tutti i tipi di diploma, ma questa è una cosa sciocca perché chi prende la maturità classica, scientifica o similari non può assolutamente terminare gli studi con le suddette maturità, in quanto non forniscono nessuna professionalità spendibile nel mondo del lavoro.

Quando alle medie si effettua la scelta dell’indirizzo delle superiori da frequentare, in genere si ha ben chiaro se si vorrà fare  l’Università o meno. Chi è fortemente convinto di proseguire sceglie la maturità classica o scientifica, mentre chi non ne è sicuro tende a scegliere un diploma qualificante come geometra, ragioneria, industriale o anche il professionale.

Io stesso nel ’93 (quando ero in terza media) ho scelto di frequentare l’industriale, perché avevo valutato nell’80% la possibilità di fermarmi al diploma e nel 20% quella di continuare con gli studi (qualora non fossi riuscito a trovare lavoro).

Un vero studio affidabile si ottiene valutando le differenze di rendimento nel tempo tra un geometra, ragioniere o perito industriale rispetto a un qualunque laureato. Perciò, questa è la prima affermazione con cui sono in disaccordo con lo studio di Bankitalia riguardo l’investire in istruzione.

Quando si calcola il rendimento di un investimento si devono considerare la somma investita e successivamente il rendimento nel tempo.

La spesa di un diplomato è paragonabile a zero. Infatti sto confrontando il diploma con la laurea e si evince che un diplomato, dal giorno successivo al titolo, non ha più investimenti in istruzione da compiere.

Un laureato invece deve considerare la somma delle tasse di iscrizione, di trasferta e mantenimento, dei libri e dei consumabili e, sopratutto, dei mancati introiti nel periodo dedicato agli studi.

Cominciamo con le spese in tasse di iscrizione. Tralasciando quei pochi che godono della fortuna di una borsa di studio, mediamente le tasse di iscrizione all’università si aggirano intorno ai 2.000 € annui tenendo conto dell’attuale sistema a crediti (e ovviamente varia molto in base al reddito ma qui voglio fare una media).

Secondo le statistiche occorrono, mediamente, 7 anni per conseguire una laurea quinquennale (statistiche fornite dalle stesse Università) e quindi occorrono 14.000 € in tasse di iscrizione.

Consideriamo che nell’attuale ordinamento si studiano circa 50 materie in 5 anni e che, per ogni materia, occorre almeno un libro più tutto il consumabile utilizzato per studiare (carta in primis). Detto questo,  si debbono considerare circa 100 € di spesa per materia (facendo una media tra i costi dei libri) per una spesa totale di 5.000 € che si vanno a sommare alle spese di iscrizione.

Si devono poi considerare anche le spese di alloggio, mantenimento e trasporto. Qui varia molto fra chi ha la fortuna di vivere nella città ove è presente la facoltà che intende seguire e chi invece vive in provincia e deve affittare una stanza.

Siccome faccio una media, considero una spesa di circa 300 € al mese (media nazionale) per l’affitto di una camera, per 9 mesi l’anno fanno 2.700  € che moltiplicato 7 anni dà 24.300 €, ai quali si sommano almeno 2.500 € di mezzi pubblici (nello stesso periodo), oltre ad almeno 4.000 € di mense (o simili) e mi tengo appositamente basso.

Siamo arrivati in pratica a 30.000 €, ma siccome faccio una media nazionale fra chi deve affrontare queste spese e chi vive vicino la facoltà e spende solo per i mezzi pubblici e per le mense, la spesa media nazionale arriva a circa 19.000 € per i 7 anni.

Quindi abbiamo: 14.000 € di iscrizione + 5.000 € di supporti allo studio + 19.000 € di spese di frequenza che fanno in totale 38.000 € in 7 anni. Ma non finisce qui…

In tutti questi calcoli non ho ancora considerato le spese di socializzazione che sono molto rilevanti e la cui attività è più importante dell’ottenimento dello stesso titolo di laurea. Mi spiego meglio, anche se a qualcuno potrei risultare antipatico con questo ragionamento che sto per fare.

Perché un laureato in economia alla Bocconi viene considerato migliore di un laureato in economia di Catania? (esempio casuale) Pensi che alla Bocconi hanno conoscenze teoriche maggiori rispetto a Catania o a qualunque altra Università? Credi che alla Bocconi hanno formulette magiche per far aumentare i rendimenti economici? Forse ritieni che i prof. sanno spiegare meglio? No, non è per questi motivi.

La laurea alla Bocconi vale di più perché chi la frequenta (gli studenti) “vale” mediamente di più. Cioè, siccome chi frequenta la Bocconi è generalmente uno studente “up-level” (nei redditi famigliari), essi avranno anche un futuro più roseo e probabilmente molti andranno a dirigere l’industria di famiglia o delle multinazionali.

Chiunque assume un bocconiano conta sul fatto che esso è, molto probabilmente, amico di persone che comanderanno il paese nel prossimo futuro e quindi, di riflesso, può averne dei vantaggi. Se uno si laurea insieme al figlio di Berlusconi, Barilla, Soru oppure dei manager come Tronchetti Provera, Profumo e compagnia bella, molto probabilmente li conosce bene se non è addirittura loro amico e quindi in futuro potrà chiedere dei favori.

Faccio esempi terra terra. Un titolare di media azienda assume il bocconiano sapendo che in futuro questo potrebbe garantirgli dei passaggi pubblicitari scontati in Mediaset (possibile amicizia col figlio di Berlusconi), oppure può richiedere un grosso prestito in una nota banca nazionale (Profumo) o quant’altro.

Detto questo, avere uno sconto del 10% in un passaggio pubblicitario in un mese potrebbe rivelarsi un risparmio di centinaia di migliaia di euro che il bocconiano può “garantire”, al contrario del laureato a Catania…

Per poter essere amico delle persone è logico che devi socializzare, e per socializzare devi frequentarli e questo costa soldi… anche molti soldi!

Quando si frequenta una qualsiasi Università bisogna mettere nel conto queste spese di socializzazione, in quanto prendere una laurea ma non essere integrato nel gruppo vuol dire limitare le future opportunità lavorative.

Anche chi si laurea a Catania (nomino sempre Catania perché è la mia città), se non ha uno stretto rapporto di amicizie e conoscenze con gli altri laureati della città, difficilmente potrà cavare il classico ragno dal buco nel suo futuro.

Un medico, ad esempio, conta sul fatto che gli altri suoi amici medici gli passeranno i pazienti che loro non possono curare in prima persona (tipico caso del medico che ti dice “per questa cosa le consiglio di andare dal dottor Caio che è un bravo immunologo”, eccetera) e, se sei tagliato fuori da questo “gioco”, andrai avanti col freno a mano tirato come si dice in gergo.

Stessa cosa per prendere i posti fissi che, spesso, sono pilotati per via di amicizie. Insomma: la socializzazione può fare la differenza fra poter vivere del proprio lavoro in futuro ed essere perennemente disoccupato, molto più che la differenza tra laurearsi col massimo dei voti rispetto che con il minimo.

Non è un caso che in USA tutti cercano l’Università prestigiosa…più essa è prestigiosa, più sono prestigiosi gli amici e più roseo è il proprio futuro. La spesa per la socializzazione è quindi da considerare e può incidere NON poco nei budget famigliari.

A quanto ammonta questo tipo di spesa? Qui i calcoli si fanno complessi perché dipende dalla città, dal tipo di frequentazioni, eccetera. Tuttavia consideriamo tranquillamente sui 150 € al mese per 7 anni cioè circa 12.000 € che, sommati ai precedenti 38.000 €, arriviamo a 50.000 € di spesa per laurearsi.

Con questo calcolo ti saluto dandoti appuntamento alla seconda parte del mio articolo sull’investimento in istruzione, dove analizzerò in dettaglio i ritorni economici degli investimenti.

Patrizio Messina - Autore di “Investire, Guadagnare (…e Risparmiare!)”


Banner

Tua Email:


24 Commenti a “Quanto rende l’investimento in ISTRUZIONE? (parte prima)”

  1. Gian Piero Turletti scrive:

    In effetti, mi pare molto discutibile l'analisi svolta dalla Banca d'Italia.

    Per arrivare a stimare un rendimento, infatti, non si può prescindere dal capitale e, probabilmente, il calcolo fatto prende in considerazione uno stipendio medio, quale rendimento, nonchè una rinuncia ad uno stipendio medio, tra i costi da capitalizzare, più spese scolasticvhe varie.
    Ma tutto questo, realisticamente parlando, rischia di lasciare il campo a pure ipotesi, intanto proprio perchè l'Italia è un paese a macchia di leopardo e, quindi, dalle mille sfaccettature, che impediscono di assimilare situazioni differenziate.
    Inoltre, comunque, pare arbitrario, statisticamente, il riferimento a certi possibili dati medi.
    A parte le differenze tra regione e regione, tra costi di socializzazione, e via dicendo, sicuramente non è uguale, in primis, la situazione lavorativa delle persone.
    Il figlio dell'imprenditore, che magari in azienda potrebbe occupare già certe posizioni, nonchè percepire la relativa retribuzione, non rinunicia, evidentemente, ai guadagni, cui rinuncia, invece, chi aspira a ruoli di minor rilievo, lavorativamente parlando. Ma non solo i costi intesi come mancati guadagni, ma anche i costi nel senso di uscite, effettivamente, sono diversi, a partire non solo dalle spese di cosiddetta socializzazione, ma considerando la differenza tra chi studia nella città di residenza, o in località prossima,e chi, invece, lontano dal luogo dove risiede.

    Non è, a mio avviso, peraltro un caso che a tale articolo dia un certo rilievo un certo tipo di istituzione, e, quindi, ancora una volta penso…a buon intenditor….
    insomma, non chiedere mai all'oste se il suo vino è buono….

  2. Gian Piero Turletti scrive:

    Una mia dimenticanza:
    naturalmente, se incerti sono i costi da capitalizzare, comunque incerto è anche il rendimento, in quanto non è affatto garantito, sopratutto oggi, che a fronte di determinati titoli di studio, si ottengano determinate posizioni lavorative, anzi.
    Molte persone, non solo diplomate, ma anche laureate, il posto di lavoro l'hanno perso e, quindi, altro che rendita….!

  3. Ludovica scrive:

    Interessante e puntuale la tua critica all'analisi fatta dalla Banca d'Italia , Patrizio, complimenti!

    Per quanto riguarda la Bocconi, posso esattamente confermare ciò che hai detto in proposito, inquanto ho un'amica che frequenta quest'Università e mi parla molto spesso della sua vita da studentessa bocconiana…

    • Si lo so lo so! ne conosco anche io alcuni. E' una cosa frequente anche sugli iscritti di altre università tipo la Luis eccetera.

  4. nonnoitto scrive:

    Ho letto l’articolo riportante lo studio di Bankitalia: si parla di tassi di rendimento del capitale investito nell’istruzione, ma non si fa cenno al tasso di rischio che tale tipo di investimento comporta. E’ già stato considerato in quel 8-9% ? Quale metodo è stato usato per arrivare a quelle conclusioni? E’ stata presa in considerazione tutta la popolazione laureata che ha trovato un lavoro oppure tutta la popolazione laureata in assoluto? Sappiamo bene, specialmente in questi tempi e in Italia, qual’ è il rischio che corre chi investe nell’istruzione universitaria: quello di perdere tutto il capitale investito perché il titolo accademico conseguito non aiuta a trovare un impiego quando il mercato non lo offre. Addirittura può essere di ostacolo a chi si accontenta di accettare un lavoro per il quale non è richiesta una laurea.

    • Gian Piero Turletti scrive:

      Complimenti, nonnoitto, anche questa tua osservazione è fondamentale.
      Potrei proprio raccontare diversi aneddoti in tal senso.

      In diverse imprese a volte capita proprio questo:
      magari si ricerca qualcuno, per offrirgli un impiego, ma considerato di natura modesta, rispetto alle aspirazioni che dovrebbero essere tipiche di un laureato, ed a volte si presentano anche laureati, che tuttavia sono solitamente scartati,sulla base di una considerazione di questo tipo:
      "quel tizio, in quanto laureato, ovviamente non desidera, realmente, il lavoro che gli offriamo, che per lui rappresenta solo un ripiego.
      E ,quindi, sarebbe demotivato e pronto ad andarsene, alla prima occasione di trovare qualcosa più consono al suo titolo".

      In altri termini: "sei laureato?
      Allora non ti assumo!!!"

      • Hai proprio ragione anche se non vedo qual'è il problema se una persona fa per qualche anno un lavoro di ripiego…

        A tal proposito ti voglio raccontare un aneddoto successomi un due anni e mezzo fa. Come ho già accennato nel primo articolo durante la mia carriera lavorativa ho lavorato per IBM, Exxon Mobil, STMicroelectronics oltre che aver svolto svariate mansioni in aziende informatiche nei primissimi anni dopo l'uscita dalle scuole. Dopo questi lavori è iniziata la crisi del settore tecnologico e della new economy in generale, ed infine, fra crisi post torri gemelle e entrata dell'euro non sono più riuscito a trovare lavori stabili e un minimo seri nel settore IT.

        Mi riqualifico per fare altro e da prima gestisco uno showroom di articoli d'arredamento up-level poi mi formo come consulente (partendo già da ottime basi come investirore privato) e quindi vado in banca per un po' di anni. Ad un certo punto per un divergenza di visione con la banca (in cui in ogni caso lavoravo a provvigione) nelle scelte future dei ruoli decido di non continuare con loro, ma di cercare un posto stabile anche se per me era una retrocessione (io facevo il consulente e l'istruttore oltre ad aver ricoperto anche la mansione di controllo qualità mentre se andavo da qualunque altra banca probabilmente avrei inziato facendo lo sportellista).

        Bene inizio a cercare. Su almeno 200 CV spediti (non sto scherzando) a tutte le banche ed aziende del settore IT mi risponde solo una banca dicendo che ormai ero fuori target d'età….

        Allargo le ricerche anche nel settore GDO e vedevo che non facevano altro che cercare allievi manager con età massima di 30 anni (bene! io ne avevo 28 ero a cavallo). Mando decine e decine di CV e mi risponde una sola catena della grande distribuzione (non dico quale). Era una mail scritta dal presidente per l'italia del marchio e mi scrive di pugno (in pratica non era una mail di quelle precompilate ma si vedeva che era scritta rispondendo in modo calzante in base al mio CV).

        Mi disse in pratica che ero troppo qualificato per fare l'allievo manager. Ora, è vero che ho lavorato per diverse multinazionali ed ero qualificato anche per fare consulenze finanziarie, ma Cristo, state cercando gente che deve fare il manager in futuro non è meglio che ho lavorato in contesti mutinazionali e che so fare bene i conti con i soldi?

        Poi che significa troppo qualificato? Sono, ufficialmente, solo con un diploma non è che sono spuntato con 3 lauree e 2 dottorati di ricerca e voglio fare lo scaffalista che magari si potrebbe pensare che uno si annoia…

        Cmq alla fine ho desistito è ho intrapreso la libera professione, inizialmente scrivendo il primo libro sulle consulenze finanziarie, poi ho intrapreso la carriera del fee only e a poco a poco mi sono spostato alla formazione di nuovi consulenti.

        Un'ultima cosa. Qualche mese fa un mio ex compagno di scuola laureatosi in ing. elettronica con voto buono non rusciva a trovare lavoro neache al nord. Io gli do un consiglio e in un mese lo ha trovato. Gli dico: "togli la laurea e metti che sei solo perito, poi inserisci diversi finti lavori co.co.co in questa azienda (lo show-room che gestivo) per camuffare i molti anni buchi e dici solo che ha frequentato a metà e poi hai abbandonato; fai il mio nome come referenza ed in più metti che hai lavorato al nero qua e la". L'hanno preso e nessuno mi ha chiamato per confermare le referenze… Almeno si è sistemato!

        • Gian Piero Turletti scrive:

          Concordo peienamente con te, Patrizio.

          Tutti i lavori, anche i più modesti, sono da rispettare, se svolti con onestà, anzi.

          Spesso sono proprio questi lavori a consentire alla nostra società di continuare, come la conosciamo.
          Se non ci fossero operai, tecnici e tante altre importanti mansioni di questo tipo, certo non potremmo avere gli abiti, con cui vestiamo, i veicoli con cui ci spostiamo, e via dicendo.
          Proprio anche per questo motivo, probabilmente la loro importanza sociale è ancora maggiore, rispetto ad altre mansioni.

          Non tutti hanno bisogno di un avvocato, di un commercialista, o di un manager, ma tutti necessitiamo del lavoro di operai e di tecnici, che realizzano i prodotti e servizi, utilizzati anche quotidianamente.
          La questione del lavoro, considerata dal punto di vista di chi cerca di realizzare certi studi, è al tempo stesso legata al desiderio di avere maggiori, non minori possibilità.
          Ma diverse imprese pensano quanto ho prima indicato, per ragioni anche di comodità.
          Sicuramente, per mansioni che queste considerano modeste, preferiscono non scegliere persone, che poi, probabilmente, se ne andranno, perchè intendono evitare di doverne cercare altre, dopo aver già svolto, in precedenza, l'attività di ricerca, selezione e formazione.
          E così, se qualcuno pensa di avere maggiori chances, invece spesso ne ha di meno.

          Anche perchè, considerando gli organigrammi e la struttura piramidale delle strutture aziendali e dei vari enti, il numero delle posizioni inferiori è sicuramente molto maggiore rispetto a quello delle posizioni superiori, e spesso a queste ultime si perviene non solo per competenza, o studi fatti, ma anche in base a quelle famose relazioni sociali, di cui si parlava nei precedenti interventi.
          D'altra parte, anche chi abbia compiuto studi superiori, e sia disposto a lavorare nell'ambito di una posizione di base, e quindi né intermedia, né al vertice, si trova ad essere, per i motivi anzidetti, più facilmente scartato.
          Così, spesso, chi fa riferimento a studi meno elevati, ha oggettivamente delle chances in più.

    • Infatti nella seconda parte dell'articolo inizio a snocciolare bene il problema lavoro ed introiti facendo dei calcoli con delle statistiche facilmente reperibili in internet… e se ne scoprono delle belle!

      Non l'ho scritto né nella prima parte e neanche nella seconda, ma secondo me Bankitalia, i governi (di tutta europa e non solo i nostri), confindustria eccetera spingono sul dire che la laurea aiuta molto che si cercano sempre nuovi ingegneri , fisici, economisti e compagnia bella in modo tale che se ne aumenti considerevolmente il numero. Poi, per la legge della domanda e dell'offerta se ne abbassa il valore commerciale. Si può quindi ottenere un sacco di impiegati con la laurea ai costi che una volta erano insufficienti anche solo per avere la manovalanza con la terza media.

      Una volta giuro che ho visto negli annunci di Metis (nota azienda di recruiting) la dicitura: "cercasi laureato in ingegneria meccanica vecchio ordinamento o magistrale nuovo ordinamento con votazione brillante per mansione da operaio generico". Ha fatto il giro di tutti i blog anche su quelli per far ridere (ma non c'era nulla di comico) con grosse polemiche. Vediamo se riesco a trovare qualche vecchio articolo che ne parla…

  5. Enrico scrive:

    Esatto Patrizio!

    Per le posizioni lavorative serve sempre la conoscenza, la raccomandazione,ecc.ecc. In banca poi o ti assumono per la "spintarella" o per il censo. Sì, se sei di famiglia ricca la banca ti assume anche se sei incapace.
    Queta è una delle concause dell'ingessamento del nostro paese!

  6. Michele Russo scrive:

    Una cosa importante che dico sempre è: è l'unico investimento (o uno dei rari) in cui non si pagano le tasse sulle plusvalenze : – )

  7. se consideriamo la laurea un investimento dal quale aspettarci un ritorno economico ne usciamo tutti perdenti diverso è se lo consideriamo un investimento per la crescita personale e un esperienza di vita, saluti

  8. Janka scrive:

    Io non concordo con la tua frase:
    "Nella statistica di Bankitalia si considerano tutti i tipi di diploma, ma questa è una cosa sciocca perché chi prende la maturità classica, scientifica o similari non può assolutamente terminare gli studi con le suddette maturità, in quanto non forniscono nessuna professionalità spendibile nel mondo del lavoro."

    Innanzitutto non c'è paragone tra uno che ha studiato al liceo scientifico ed uno che ha studiato all'itis o al professionale.
    Al liceo ti fanno correre molto piu'.
    Mio papà mi costrinse a frequentare il liceo per 2 anni. Ma io non ero portato e ho pertanto rifatto la priva per ben 2 volte. Sempre bocciato.

    Poi andai all'itis dove finì gli studi, senza quasi mai studiare, semplicemente con il bagaglio culturale della 1° liceo.
    E ho visto con i miei occhi la differenza abissale. Mi sono diplomato col 47/60.

    Mio fratello anche lui obbligato a frequentare il liceo, si è diplomato con 36/60 e subito dopo e' andato a lavorare.

    Ora sia io che lui, lavoriamo nel campo dell'information tecnology, come consulenti.

    2 dei 4 colleghi che lavorano con me al ced, hanno frequentato lo scientifico e subito dopo sono andati a lavorare. Uno dei 2 ha una storia simile alla mia, e anche lui ha notato la differenza abissale tra liceo e itis.

    • Probabilmente poi sei andato in uno degli itis non di eccellenza. Ti posso dire che ad esempio quando io mi sono iscritto all'itis eravamo sei sezioni da 27 studenti ciascuno e all'ultimo anno eravamo tre sezioni da 13 alunni ciascuna… Fai un po' tu la media di selezione…

      Apparte questi ultimi anni dove hanno inserito qualche strimpellamento di informatica, non mi risulta che nello scientifico si faccia tutta questa informatica tanto a poter fare l'analista IT nel mondo del lavoro. In ongi caso anche io lavoro nel mondo della finanza senza aver fatto studi commerciali perchè ho studiato per i fatti miei.

      Poi non ho detto che il classico e lo scientifico non sono difficili, anzi, ho detto che sono più adatti per affrontare successivamente i corsi di laurea, solo che non danno nessuna qualifica specifica. Non puoi iscriverti all'albo dei periti (e quindi non potresti lavorare nell'IT come consulente che mette firma sui progetti), non puoi fare il geometra e neanche il ragioniere. Puoi sperare solo di fare un lavoro non regolamentato…

  9. asus scrive:

    ma se le tasse e le spese per l'istruzione si possono detrarre
    alla fine lo studio è a carico della comunità e non del singolo
    per cui non possono far parte delle spese individuali.
    vengono solo anticipate dai genitori e quindi rimborsate.
    fine della prima considerazione.
    seconda considerazione
    la maggior parte dei diplomati e laureati che possono
    permettersi di stare a lungo fuori dal contesto produttivo
    perchè quasi tutti figli di papà.
    alla fine si rifà velocemente dei soldi spesi e senza tanti scrupoli
    per la comunità che ha investito e messo a loro dispozizione le
    strutture per studiare (perchè se l'istruzione dovvesse andare
    avanti con le loro misere tasse ci saremmo gia fermati all'asilo).
    saluti e ringrazio.

  10. Io ho frequentato 2 anni il polito è non ho potuto mai detrarre ne le tasse universitarie, ne le camere in affitto che sono sempre al nero, ne i libri ne le spese di mantenimento fuori sede… Qualche categoria, in genere dipendenti statali, riesce a dedurre (e non detrarre) una parte delle tasse di iscrizione (che sono quelle meno rilevanti nel percorso di studio) e il resto li scuciamo di tasca e come.

    Per la seconda osservazione sono d'accordo, io infatti metterei una durissima selezione d'ingresso in modo tale da non spendere soldi della comunità per mantenere agli studi tutti quanti. Le spese di iscrizione coprono mediamente solo il 20% delle vere spese e quindi per ogni iscritto in più all'uni lo stato sborsa quattro volte di più.

    Penso anche che le università dovrebbero fare ricerca sponsorizzata dalle aziende e abbattere i loro costi di gestione con la vendita dei brevetti come accade in molti atenei stranieri. Ma nel nostro paese si sa, è volgare parlare di soldi e cultura contemporaneamente…

  11. cristian scrive:

    ciao, sto leggendo da alcuni giorni con interesse i tuoi articoli sul mondo universitario, laurea e società.
    Sto cercando la seconda parte di questo articolo ma non la trovo.
    Mi puoi aiutare?
    Grazie
    Cristian




Home - Chi Siamo - Affiliazione - Opportunità - Contatti


I corsi online che ti semplificano la vita

Viale De Gasperi 101, 63074, S. Benedetto del Tronto (AP) – PI 01935090447