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L’influenza degli studi obbligatori sulla piramide gerarchica (parte terza)

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Linfluenza degli studi obbligatori sulla piramide gerarchica (parte terza)

Nella scorsa puntata ti avevo lasciato con una domanda: “Cosa è accaduto invece, di recente, per cui tutto sta andando a scatafascio??”

Nel ’68 si è resa l’istruzione obbligatoria fino a 14 anni e di fatto tutti hanno avuto, da quel momento in poi, la licenza media. Questo non ha creato nessun problema, in quanto il 70% degli studenti con la licenza media si fermava lì come massimo titolo di studio.

Per questo motivo è successo che, fino alla fine degli anni ’70, quanto detto nel mio precedente articolo (sul rapporto titoli di studio/qualifiche) si è continuato a verificare.

Negli anni ’80 però, grazie ad una maggiore agiatezza degli italiani, i ragazzi che si fermavano alla terza media scesero in modo piuttosto rapido, arrivando a dimezzarsi intorno al ’94.

E’ così successo che, a metà degli anni ’90, gran parte dei maturati alla scuola professionale si sono ritrovati a fare gli operai generici e a non poter più ambire, ad esempio, al ruolo di capiturno…

Negli anni ’90, inoltre, si sono verificati due importanti fenomeni: il numero dei laureati non è aumentato rispetto ai decenni precedenti e i maturati al professionale sono stati relegati a fare gli operai generici.

Si ha quindi che la classe di mezzo – cioè periti, geometri e ragionieri – sono diventati la “lobby” più potente d’Italia, visto che hanno presidiato un’enorme fetta dei posti disponibili nelle aziende.

Un ingegnere edile di Roma una volta mi disse che spesso un progetto firmato da un ingegnere non passa (specie se triennale) perché bocciato dalle autorità competenti, mentre invece uno firmato da un geometra alle prime armi passa al volo tanto è potente il collegio dei geometri…

La cosa però è andata ancor di più a degradarsi cambiando l’asse del potere…

…Infatti, sempre alla fine degli anni ’90, si è portata l’istruzione minima obbligatoria a 16 anni, cioè a 2/3 del percorso delle superiori rendendo di fatto molto semplice diplomarsi.

Visto che le superiori sono diventate praticamente obbligatorie e nel contempo si sono tolte pure le materie lasciate a Settembre, tutti quelli che normalmente non si sarebbero iscritti alle superiori hanno preso il titolo e quelli che si sarebbero iscritti al professionale sono stati in grado di conseguire il titolo tecnico di perito, geometra o ragioniere.

Di fatto, il numero dei ragazzi senza il titolo di maturità all’inizio del nuovo millennio era sceso a 6% (fra quelli della nuova generazione) e il 40% dei maturandi aveva un titolo tecnico contro solo il 6% che ne aveva uno professionale. Il 48% ha conseguito invece una maturità di liceo. Cosa è significato questo?

Che l’unico lavoro che possono svolgere i non diplomati è l’artigiano in proprio, quelli del professionale sono finiti per fare l’artigiano sotto padroncino, la massa dei periti et simili sono finiti a fare tutti i ruoli dell’industria (a partire dall’operaio generico fino a ridosso del consiglio di amministrazione).

In pratica hanno accresciuto ancor di più il loro potere, ma le cose stavano per cambiare. Infatti, a fine anni ’90, sono state introdotte le lauree 3+2 che qualcuno adesso chiama in modo ironico 3×2.

…Dopo i primi 2 o 3 anni in cui non sono decollate perché i professori universitari non ne volevano sapere di semplificare gli esami, a partire dal nuovo millennio si è innescata la lotta a chi ha più iscritti, con conseguente abbassamento continuo del livello di preparazione degli studenti.

Se fino al 2002 (circa) la piramide gerarchica si era consolidata in laureati vecchio ordinamento nel consiglio di amministrazione o poco giù di lì e i diplomati tecnici in tutti i ruoli rimanenti dell’azienda (a parte qualche reduce della vecchia guardia), da quel momento è entrato in ballo un nuovo “strato” di istruzione.

Ma dove si deve porre il laureato triennale? La sensazione generale fu quella di metterlo sotto i vecchi laureati e sopra i tecnici, cioè teoricamente come capo area e capo settore, ruoli che i periti fino ad allora aveva ricoperto egregiamente.

Così, i periti sono finiti a fare gli operai generici (o al massimo i capoturno), i triennali hanno, in via del tutto teorica, ricoperto i ruoli centrali e i laureati vecchio ordinamento sono rimasti momentaneamente al loro posto.

Però nacque immediatamente un problema: siccome è praticamente impossibile prendere un nuovo impiegato e metterlo direttamente a capo settore o capo area senza opportuna esperienza, ogni capo d’azienda ha imposto ai triennali di affiancarsi a un diplomato tecnico per uno o due anni nei ruoli bassi dell’azienda in modo che poi avrebbe potuto svolgere bene il proprio lavoro.

Invece che cosa è accaduto? Che i periti industriali, ad esempio, avendo studiato per 5 anni un determinato settore e avendo anche 3 mila ore di laboratorio alle spalle, rispetto all’ingegnere triennale, hanno finito per prevalere!

Cioè, quando il capo area assegnava una mansione da svolgere, per ovvi motivi un perito partiva in quinta mentre il triennale, pieno di nozionismo e senza pratica, per lo più finiva con il fare una pessima figura.

…Cosa che però con i laureati vecchio ordinamento non accadeva perché, anche se la manualità stava a zero pure con loro, le loro capacità ingegneristiche erano talmente superiori da risultare sicuramente migliori dei periti.

Tutto ciò ha portato, nel corso degli anni che vanno dal 2002 al 2008, a far cambiare totalmente idea agli imprenditori!

…Infatti, mentre prima pensavano che il triennale avrebbe fornito un up-grade rispetto al diplomato, a poco a poco invece si sono resi conto che ciò non si è verificato.

Infatti se qualcuno ha fatto caso agli annunci di lavoro si sarà sicuramente accorto che, già da molti anni, si vedono annunci tipo questo “cercasi diplomato/laureato per xyz”, oppure “cercasi esperto xyz preferibilmente diplomato” e ne ho visto uno che diceva addirittura “cercasi laureato quinquennale o vecchio ordinamento oppure triennale se e solo se in possesso di diploma tecnico”.

Infine, in questi ultimi 10 anni, si è verificato anche lo svilimento del titolo vecchio ordinamento: molti assumevano delle persone solo per il titolo – perché magari dovevano stare in front-end e quindi era meglio presentare un dipendente con titolo altisonante – mentre oggi basta un semplice laureato triennale per avere il “titolone”.

Di fatto, si è creato lo svilimento dei titoli: prima un ingegnere era un gran bel titolo oggi non lo è più, lo stesso accade per gli avvocati o i commercialisti. Hanno mantenuto il medesimo “appeal” invece il medico e l’architetto che non prevedono le lauree triennali…

Patrizio Messina – Autore di “Investire, Guadagnare (…e Risparmiare!)”


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5 Commenti a “L’influenza degli studi obbligatori sulla piramide gerarchica (parte terza)”

  1. Gian Piero Turletti scrive:

    Ancora una volta, ritengo anche questa parte un ottimo articolo, con analisi molto precisa di uno spaccato della società italiana.
    Ed ancora una volta, si dimostra la rilevanza della legge della domanda e dell'offerta, in tal caso nel mondo del lavoro.
    Del resto, l'articolo descrive la valenza dei titoli scolastici nel mondo dela lavoro dipendente, e termina con un riferimento alle libere professioni, ulteriore ambito nel quale questo è molto evidente.
    Sicuramente, complici un aumento degli iscritti ai vari albi, nonchè un decremento demografico, è aumentato il rapporto tra iscritti a vari ordini professionali e numero di abitanti e di imprese in un certo contesto territoriale, il che significa anche che un numero di professionisti maggiore, rispetto al passato, si occupa dello stesso numero di pratiche, mediamente, cioè un calo del lavoro.
    E quando c'è una domanda in calo, di solito questo si riflette in prezzi in contrazione, a dimostrazione della diminuita rilevanza socioeconomica di certe libere professioni.

  2. marika scrive:

    La tua analisi della situazione lavorativa italiana è interessante e sostanzialmente condivisibile. Se mi permetti, però, ci sono dei fenomeni che hanno inciso pesantemente sulla situazione, che non sono stati presi in considerazione: il fenomeno del baronismo presente praticamente in tutti i settori produttivi e di servizi; lo smantellamento della rete sociale che, oltre ad offrire posti di lavoro, era un supporto per molte persone; i nuovi contratti di lavoro con i loro nomi ridicoli (coco cocopro e via di questo passo), il virus di una cultura qualunquista, misogina e vuota; le grandi imprese nostrane che ormai distruggono tutto quello che toccano, esternalizzano, e non hanno etica.
    Tutto questo, assieme al tentativo, praticamente riuscito, di smantellare l'istruzione pubblica di ogni ordine e grado, ha portato alla crisi del nostro Paese.

    Marika

    • Patrizio Messina scrive:

      L'articolo è diviso in 7 parti che verranno pubblicati nelle prossime 4 settimane e alcune delle tue puntualizzazioni sono state prese in considerazione. Altre saranno argomeno di futuri articoli che scriverò in autunno.

      Grazie di avermi dato alcuni spunti per il futuro.




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