La piramide gerarchica e la produzione italiana (parte prima)
Benessere Finanziario, Società
Oggi voglio focalizzare la tua attenzione sull’analisi di uno degli aspetti principali del mondo del lavoro: la piramide gerarchica.
Fra i miei articoli di analisi sulla non convenienza dell’investimento in istruzione vi era come supporto della tesi che, in fondo in fondo, continuare gli studi, almeno dal punto di vista strettamente economico, non conviene.
Inoltre, paradossalmente, risulta più complesso trovare lavoro da laureato che da diplomato; oltre al fatto che l’aumento del peso nella busta paga non è che sia sfavillante…
Innanzitutto bisogna considerare una cosa che nessun addetto ai sondaggi (da Almalaurea, a Bankitalia, al Governo, eccetera) prende MAI in considerazione: il tipo di produzione sviluppato nel nostro paese e la piramide gerarchica che ne deriva.
Continua a seguirmi perché fra poco ti sarà tutto molto chiaro!
Si dice sempre che bisogna far aumentare il numero dei laureati, che siamo il fanalino di coda europeo per numero di dottori, che ci sono troppi pochi ingegneri e via discorrendo…ma stranamente nessuno fa caso che quei “pochi” laureati che sono costretti a emigrare oppure a rimanere sotto-occupati a vita.
In fin dei conti, per cosa è famosa l’Italia all’estero? Ti elenco i principali orgogli nazionali: i salumi e formaggi, il vino, la produzione di cibo di vario genere, la sartoria, ceramiche e piastrelle, l’edilizia, i prodotti agricoli, le biciclette e lo sport.
Le uniche attività industriali famose all’estero – e che hanno in organico tanti operai – sono l’industria delle automobili e quella delle armi (unica industria che in Italia, a fronte del nostro interventismo in tutte le guerre, sta aumentando in modo esponenziale i suoi fatturati).
Se fai mente locale abbiamo che, a parte l’industria delle automobili e delle armi, tutte le altre attività in cui eccelle la nostra nazione sono attività artigianali delle piccole e medie imprese.
Il problema principale – che però è stato, in passato, il volano del nostro prodotto interno lordo – è il fatto che i prodotti artigianali non hanno bisogno, per definizione, di alte specializzazioni lavorative se non in casi estremi e in particolari situazioni (…che in ogni caso sbloccano pochi posti di lavoro).
Il Parmigiano Reggiano, per citarne uno su tutti, viene prodotto allo stesso modo da secoli senza che nessuno abbia mai cambiato la ricetta.
Non avrebbe senso assumere dei laureati in chimica o in agraria per cambiare la ricetta e renderla più industrializzata in quanto, essendo un prodotto tradizionale, quella mossa ne farebbe precipitare il prezzo! Lo stesso dicasi per gli insaccati, i vini e il cibo in generale.
Stesso discorso è la sartoria: un bravo sarto è colui che riesce a produrre ciò che un designer ha creato. Anche se ammettessimo che il designer sia un laureato (cosa che molto spesso non è, essendo una creazione del tutto artistica), tutti quelli che produrranno il capo finale sono dei normali artigiani.
…Sono, in definitiva, tutti lavori che, molto spesso, si tramandano da padre in figlio in modo tradizionale senza bisogno di particolari studi.
Potrei continuare così anche per tutti gli altri settori citati prima come, ad esempio, l’edilizia (sfido a trovare un muratore bergamasco laureato) nella quale l’unico laureato è l’ingegnere che ha progettato la casa.
Il problema è che nel nostro paese non si può costruire in altezza (come avviene con i grattaceli americani e giapponesi dove occorrono decine e decine di ingegneri e architetti per la progettazione).
Infatti, per lo più, si progettano villette a schiera dove un singolo ingegnere libero professionista riesce tranquillamente a progettare case per una cinquantina di imprese edili (molto spesso cloni dello stesso progetto) e tutti gli altri rimangono a spasso.
Se fai mente locale, non sarà difficile per te capire che sono veramente poche le aziende italiane che hanno effettivamente bisogno di laureati per produrre ciò per cui il nostro paese è effettivamente famoso nel mondo.
Esistono ovviamente le industrie tipo FIAT per gli autoveicoli, oppure per le armi, Fincantieri (portaerei Cavour), Otomelara (cannoni e mitragliatrici pesanti) eccetera, che per la loro particolare natura necessitano di altissime qualifiche progettuali e alta formazione tecnica in produzione.
Tuttavia, il problema di fondo è che questo tipo di industria ha poca presenza nel nostro paese e, in ogni caso, di gente al vertice di un’industria ne serve poca rispetto alla totalità dei posti disponibili.
Sai com’è composta la piramide gerarchica un industria? No? Ok te lo dico io!
Alla base ci sono gli operai generici che da soli rappesentano, in genere, il 70% dei dipendenti. Poi c’è il livello dei capi turnisti e dei tecnici per oltre il 20%. Siamo già al 90% dei dipendenti. Poi vi è uno strato di capi settore, capi area, segretari, contabili, eccetera che sono circa l’8% dei dipendenti. Infine vi sono un 2% fra progettisti, amministratori e consulenti.
In pratica, una grossa industria da 1000 dipendenti è formata da circa 700 operai, 200 fra operai specializzati e tecnici, 80 fra capi settori e area, segretari di vario tipo eccetera e al massimo una ventina fra ingegneri che progettano, commercialisti e avvocati.
Nella PMI (piccola media impresa) che non produce tecnologie sofisticate, i rapporti su 100 dipendenti (media impresa) è di 70 operai generici, 28 fra tecnici, operai specializzati, segretari, eccetera e se va di lusso 2 laureati nell’amministrazione.
Questo avviene perché nelle PMI non si assumono direttamente i professionisti, ma si affittano all’occorrenza e alla fine un avvocato può benissimo seguire anche un centinaio di aziende, così come anche un commercialista e un ingegnere possono seguire decine e decine di PMI contemporaneamente.
Con queste considerazioni statistiche – ovviamente possono variare da settore a settore – che puoi trovare in qualunque libro di economia, in cui si spiegano le nozioni base del Fordismo del Taylorismo, ti saluto e ti do appuntamento alla seconda parte di questo articolo sulla piramide gerarchica del lavoro.
Patrizio Messina - Autore di “Investire, Guadagnare (…e Risparmiare!)”





Altro interessante articolo, peraltro molto utile, per comprendere certa realtà economica.
Taylorismo e Fordismo, logica conseguenza della rivoluzione industriale, non erano, peraltro, solo modelli di organizzazione del lavoro, ma anche teorie sociali, basate sull'idea di pieno sviluppo, e con evidenti connessioni con la dottrina economica keynesiana.
Ma anche questi modelli sono entrati in crisi, come dimostra la realtà economica, venendo meno certi presupposti, cioè la piena occupazione e lo sviluppo economico.
Non a caso, il postulato di base è, per quelle teorie, un'economia di massa, basata su una domanda di mercato, che trova soddisfazione in primis tramite le retribuzioni offerte ai lavoratori stessi.
Ma, come sappiamo, questi postulati, per diversi motivi, non sempre trovano conferma.
Da noi, poi, l'industria di massa, non ha trovato un'economia recettiva, se non in taluni settori, essendo la nostra economia tradizionalmente prima agricola, e poi industriale-artigianale.
In sostanza, in parte molti settori hanno basato il loro modello di sviluppo su una sorta di indutrializzazione di prodotti aritiganali.
Anche per tutti questi motivi, viene riconfermata una certa struttura del nostro mercato del lavoro, che non può non essere una logica conseguenza dell'economia di un paese, ed a fronte di un certo numero di offerte di lavoro per compiti esecutivi e tecnici, quelle che potrebbero effettivamente valorizzare il laureato sono sicuramente minoritarie.
Del resto, non dimentichiamoci, che, storicamente, mentre altri paesi europei, tra cui Francia, Inghilterra e Germania, hanno conosciuto una significativa industralizzazione già in epoca storica, da noi prevaleva ancora un modello economico sostanzialmente agricolo ed artigianale, e solo dopo la seconda guerra mondiale si iniziò un effettivo processo di industrializzazione.
Complice anche tale fattore storico, le industrie di una certa dimensione sono, nel nostro paese, sicuramente molto meno di quelle presenti in altri sistemi economici.
E' tutto vero!
A Modena (ma penso avvenga anche altrove in Italia) le Università si pavoneggiano dicendo "..lo scorso anno il 60% (o altra percentuale) dei laureati ha trovato lavoro…".
Beh, per rendere il dato più realistico: 1) bisognerebbe sottrarre il numero di coloro che sono figli d'arte, cioè quelli con lo studio o l'azienda dei genitori. Grazie tante che trovano lavoro!
2) quelli che rimangono nel conto:che lavoro fanno?E' un lavoro che ha a che fare con la loro laurea oppure no?
3) i figli di milionari che ottengono il posto in banca proprio grazie al censo della loro famiglia e non certo per il loro titolo di studio
Alla fine quella percentuale si ridurrebbe a molto meno della metà……..